Ci sono incontri che cominciano con una domanda. Questa volta la mia è molto semplice: com’è possibile vivere in una terra plurilingue e conoscere così poco la letteratura delle lingue che si parlano qui, tra noi?
Non sto pensando allo sloveno come alla lingua di chi vive “dall’altra parte del confine”. Sarebbe già questo un errore. La comunità slovena appartiene da secoli alla storia di Gorizia e del nostro territorio. Condividiamo luoghi, vicende, memorie e persino personaggi che troppo spesso abbiamo imparato a raccontare separatamente.
Simon Gregorčič ne è un esempio straordinario. È uno dei grandi poeti della letteratura slovena, ma è anche profondamente goriziano: arrivò bambino a Gorizia per studiare, frequentò qui il ginnasio, entrò nel seminario, divenne sacerdote e a Gorizia tornò negli ultimi anni della sua vita, fino alla morte nel 1906. Testo incollato
E poi c’è l’Isonzo. O la Soča. Lo stesso fiume, due nomi, molte memorie.
Gregorčič gli dedicò alla fine dell’Ottocento una poesia diventata celeberrima, nella quale immaginava una tempesta provenire da sud e il piombo e il sangue raggiungere le sue rive. Quando, quasi quarant’anni dopo, la valle dell’Isonzo diventò davvero uno dei grandi campi di battaglia della Prima guerra mondiale, quei versi furono riletti come una profezia. Testo incollato
Ma in questa storia ci sono anche un sacerdote inquieto, una giovane maestra di nome Dragojila, il desiderio di libertà, un enorme successo letterario e lo scontro con chi riteneva che un prete non potesse permettersi di esprimere dubbi, dolore e passioni in poesia. Ma chi era realmente questo sacerdote-poeta? Lo scoprirete leggendo il Blog!


