Frontiere, il festival internazionale che da ottobre porta Gorizia sotto i riflettori, ha scelto otto grandi temi del nostro tempo e ne ha lasciato fuori uno solo: quello di casa propria. Una riflessione su cosa significa essere scelti come scenografia della storia, invece che come oggetto di conoscenza
Dal 2 al 4 ottobre Gorizia ospiterà “Frontiere – Dove i mondi si incontrano”, un nuovo festival dedicato al significato della frontiera, promosso da Nord Est Multimedia–Il Piccolo, Editori Laterza, Fondazione Carigo, Comune di Gorizia e Regione Friuli Venezia Giulia.
Un festival importante, con nomi importanti. E un titolo che, per una città come la nostra, sembra quasi inevitabile.
A Gorizia la parola frontiera non è un concetto astratto. Qui la frontiera è stata vissuta: ha attraversato strade e campagne, diviso famiglie, proprietà, paesi, cambiato le cittadinanze senza che le persone cambiassero casa, trasformato maggioranze in minoranze e vicini in cittadini di Stati diversi. Prima ancora, questa stessa città aveva conosciuto la convivenza – tutt’altro che sempre pacifica, ma reale – di italiani, sloveni, friulani, tedeschi, ebrei, dentro uno spazio asburgico nel quale lingue, culture e appartenenze si sovrapponevano.
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