Per chi vive lontano da qui, lontano da Gorizia, è necessario spiegare di che cosa stiamo parlando. Gorizia è una città di confine che nel giro di pochi decenni è passata dall’Impero austro-ungarico all’Italia e, dopo la Seconda guerra mondiale, si è ritrovata letteralmente tagliata dal nuovo confine con la Jugoslavia. Il 16 settembre 1947 Gorizia rimase all’Italia mentre gran parte del suo territorio storico e del suo naturale entroterra passò alla Jugoslavia.
In questi giorni è tornata con particolare insistenza un’espressione che appartiene da tempo a una precisa lettura nazionale della storia goriziana: “seconda redenzione”. La Lega Nazionale la utilizza da anni nelle proprie commemorazioni; il 15 settembre la senatrice Francesca Tubetti l’ha portata anche nell’Aula del Senato.
Ed è proprio questo che mi disturba. Non il ricordo del 16 settembre 1947, né il diritto di ricordare la paura, le deportazioni e le violenze che lo precedettero, ma la pretesa di racchiudere una storia complicatissima dentro una parola così carica di significato. “Redenzione” non descrive semplicemente un fatto storico: lo interpreta, stabilisce implicitamente chi doveva essere liberato e da chi. E quando una particolare memoria nazionale viene proposta come se potesse rappresentare l’intera comunità goriziana, si continua a dividere proprio una città che avrebbe bisogno, semmai, di imparare a tenere insieme le sue diverse memorie.
Per questo quella parola mi ha infastidita. E mi ha fatto sorgere due domande molto semplici: redenzione per chi? E da chi?


